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Musica Classica e opera di Classissima

Maria Callas

giovedì 20 luglio 2017


Wanderer's Blog

8 aprile

I VESPRI SICILIANI di Verdi (Bologna,1986) su Rai 5

Wanderer Continua l’omaggio a Leo Nucci con I Vespri Siciliani. Si tratta di un’edizione andata in scena a Bologna nel febbraio 1986 con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Riccardo Chailly. Oltre a Leo Nucci nel ruolo di Monforte, ci sono Veriano Luchetti (Arrigo), Susan Dunn (Elena), Bonaldo Giaiotti (Procida) e in un ruolo minore (Ninetta) una giovanissima e bellissima Anna Caterina Antonacci. Decisamente un bel cast. Riporto quanto scrisse Massimo Mila su La Stampa: Tra le opere meno fortunate di Verdi I vespri siciliani non godono il vantaggio delle cosiddette opere minori, che ogni tanto sono .scoperte, da qualcuno e per alcuni anni vengono salutate come una rivelazione e girano da un teatro all’altro. I vespri siciliani tutti li conoscono, per sentito dire, e le melodie sono diventate popolari attraverso la Sinfonia, questa sì famosissima. Ma ventiquattro rappresentazioni (di cui quattro radiofoniche) nel corso di questo secolo sono una cosa da ridere. E’ la prima opera del nuovo corso che l’arte di Verdi prese dopo la Traviata e non sfugge all’impaccio delle opere prime. Scritta su libretto francese di Scribe, poi tradotto misteriosamente in italiano, soffre pure dell’impossibilità, o perlomeno difficoltà, di ottenere dal celebre uomo di teatro francese gli infiniti aggiustamenti e trasformazioni a cui Verdi sottoponeva i testi del suoi librettisti italiani. Quando si aveva l’onore di un libretto di Scribe, o prendere o lasciare. II libretto non era brutto (tra l’altro Scribe l’aveva già, adoperato, in altro quadro storico, per Il duca d’Alba di Donizettl, ma Verdi non lo sapeva); pero aveva un taglio ridondante in cinque atti con un enorme balletto e innumerevoli cambiamenti di scena. In Italia, la stessa storia Verdi l’avrebbe raccontata in tre atti, con due ore di musica. Sicché accade che l’opera è indubbiamente meno buona di Rigoletto e Traviata e nello stesso tempo è più moderna, corrisponde a una concezione teatrale più avanzata che quella elementare e sommarla degli «anni di galera». La psicologia del personaggi è assai più complessa e fine. Non c’è più tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra come nel teatro del burattini, ma nel personaggio di Monforte, governatore francese a Palermo, che riconosce suo figlio in Arrigo, capo del siciliani in rivolta, si concentra tutto quel nodo di sofferte passioni che Verdi collegava alla figura del padre.-In un certo senso è tipico che nel titolo dell’opera non sta il nome d’un personaggio, bensì quello di un avvenimento storico: perché in realtà nei Vespri non c’è un protagonista, bensì un sistema di rapporti umani tra diverse persone avvicinate dall’amore e dilaniate dalla passione politica. Questa complicata situazione a raggiera Verdi raffronta con una musica di nuova maturità psicologica e drammatica, che divampa in alcune situazioni fondamentali, e langue in certe lungaggini marginali del libretto. Certo, bisogna dire che se c’è una possibilità per I vespri siciliani di ritornare in auge, essa potrebbe partire da questa splendida rappresentazione bolognese, che sotto la guida asciutta, precisa, molto verdiana, di Riccardo Chailly, ha radunato un’eccellente compagnia di interpreti non solo bravi, ma singolarmente adatti al rispettivi personaggi. Magnifica protagonista femminile il soprano Susan Dunn. Non ha molta scena, ma si spiega bene con la purezza della voce, che è limpida eppure profondamente espressiva. Impostasi favorevolmente sin dal suo apparire in scena, ha avuto un trionfo nell’ultimo atto (i cinque atti dell’opera sono stati ridotti a tre, senza balletto, con due intervalli lunghi e due brevi, lasciando giustamente isolato al centro il terzo atto, dove fiammeggia il dramma del riconoscimento e scontro tra padre e figlio). Nel reparto maschile si è fatta valere l’ottima caratterizzazione del personaggi: il baritono Leo Nucci, il tenore Luchetti e il basso Giaiotti sembrano quei cantanti che Verdi si cercava per stamparci addosso i rispettivi personaggi, in questo caso: il governatore Monforte, il giovane siciliano Arrigo e il fanatico Giovanni da Procida, nel quale si riflette l’ombra di Mazzini, perlomeno quale lo vedevano i governi europei dell’epoca e quale è stato immaginato di recente, a proposito delle vicende palestinesi, Tutti sono stati applauditi in scena nelle arie principali e i personaggi minori hanno fatto degnamente corona: Caterina Antonacci, Gian franco Casarini e Sergio Fontana, Sergio Bertocchi, Giuseppe Morresi e Walter Brighi. L’orchestra risponde bene alle sollecitazioni di Chailly e il coro ha tratto profitto dalle istruzioni di Fulvio Angius, maestro il cui merito è ben conosciuto a Torino. E la scena, lo spettacolo? Difficile distinguere tra il merito delle belle scene mediterranee di Pasquale Grossi e l’attesissima regia di Ronconi. Ma anche qui tutto è filato liscio. Movimenti sciolti e credibili delle masse (un po’ meno efficaci quelli del personaggi, tra i quali si distingue Luchetti per animosa partecipazione “personale). Niente carrettini o marchingegni semoventi in scena, salvo la nave che alla fine del second’atto passa davanti alla spiaggia portando la bella gente francese e siciliana col suo madrigaletto mondano. Anche questo particolare, che la Callas aveva inspiegabilmente omesso nello spettacolo di Torino per l’inaugurazione del Regio, Ronconi l’ha puntigliosamente realizzato, comportandosi questa volta da bravo figliolo e da quel grande inventore teatrale che è sempre, sia quando fa le bizzarrie, sia quando riga diritto. Cosi è stato coinvolto anche lui, senz’ombra di dissensi, nelle ovazioni trionfali che hanno sancito il successo dello spettacolo. ©La Stampa Ronconi in un’intervista lamentava che per esigenze del Teatro Comunale si fossero tagliati i ballabili in quanto viene a mancare “un elemento importante del grand opèra”. E a quest’opera che ha due passaporti, uno italiano e uno francese, che rappresentata in Francia fa fare bella figura ai francesi, rappresentata in Italia sembra patriottica, finisce per mancare, senza balletto, proprio il suo carattere, senza balletto, proprio del suo carattere francese. Resta alquanto sbilanciata la prevalenza dei cori. Vengono però al pettine i nodi dell’azione”. “I Vespri” vennero scritti per Parigi. Ma la cacciata dei francesi da Palermo è un curioso soggetto per Parigi. Un soggetto retorico. In fondo i personaggi simpatici, i “buoni”, sono quelli francesi o che per successive agnizioni passano dalla parte dei francesi. Gli italiani sono dei guastafeste, fino alla fine. E anche dei guastafeste sleali. Il patriottismo di quest’opera è perciò una convenzione retorica. © La Repubblica Credo che sia la prima volta che Rai 5 manda in onda questa edizione (in genere trasmette lo spettacolo scaligero diretto da Muti) ed è un’occasione da non perdere. Domani intorno alle ore 10:00 con replica martedì pomeriggio.

Musica classica - Liquida

14 giugno

Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola

( fonte immagine ) di Giuseppe Lorenti È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di...




Wanderer's Blog

7 gennaio

Un italiano in America e un americano a Torino…

Gianadrea Noseda Gianadrea Noseda è stato nominato (come aveva già segnalato gentilmente Pramzan) direttore della National Symphony di Washington. Rimarrà comunque direttore musicale al Regio di Torino. Riporto un’intervista di A.Mattioli su La Stampa del 5 gennaio u.s.: E adesso nascerà un asse musicale fra Torino e Washington. L’eroe dei due mondi è naturalmente Gianandrea Noseda e la notizia che lo riguarda è di quelle ghiotte: il direttore musicale del Regio assumerà la stessa carica alla National Symphony Orchestra, che ha appunto sede nella capitale federale. Contratto con clausole classicamente americane: nella sua prima stagione, la ’16-’17, Noseda sarà direttore «designato», poi direttore musicale dal ’17-’18 almeno fino al ’20-’21, con dodici settimane di presenza a stagione. L’annuncio ufficiale è previsto giovedì. Ma la notizia è stata anticipata dal Washington Post e Noseda la commenta da New York, dove sta dirigendo al Met la prima produzione deiPêcheurs des perles di Bizet vista lì da un secolo a questa parte. Contento, maestro? «Molto. Dopo l’esperienza con la Bbc, un’orchestra sinfonica mi mancava: in fin dei conti, sono partito da lì. E poi è importante lavorare sia con un teatro d’opera che con un’orchestra: importante per me e importante per loro». Per lei, di certo. Per loro, perché? «Perché spero che si creeranno delle sinergie fra il Regio e la Nso che, non dimentichiamolo, è l’orchestra della capitale, quindi l’orchestra è “nazionale” non solo di nome. L’anno scorso, ho portato con il Regio il nostro Guglielmo Tell in tournée oltreoceano, e con grande successo. I rapporti con il mondo musicale americano sono strategici per un teatro internazionale». Sinergie possibili o probabili? «Diciamo auspicabili e, per quel che mi riguarda, anche probabili». Il timore è che la scoperta dell’America preluda a un suo sganciamento da Torino… «Per nulla. Il contratto con il Regio è in vigore fino alla stagione ’18-’19 compresa, poi vedremo. Ma il mio incarico a Washington non toglierà nulla a quello a Torino, né per impegno né per presenza. Anzi, credo che sarà galvanizzante». Da qualche parte, però, il tempo per gli americani dovrà trovarlo. «Ridurrò la mia attività di direttore ospite, che ho svolto dal 2011 a oggi quando non lavoravo a Torino». Con i debutti appena celebrati a Salisburgo e con i Berliner, non è un peccato? «No, anche perché la direzione musicale di Washington dà chiaramente nuovo prestigio. I miei impegni come free lance diminuiranno magari di numero, ma di certo non come qualità». La bravissima Anne Midgette del «Washington Post» la definisce una «rising star», una stella crescente, fra i direttori. Ma lei non si sente già ampiamente cresciuto? «Di crescere non si finisce mai. E poi un direttore d’orchestra è misteriosamente considerato una promessa almeno fin verso i 55 anni. Poi diventa di colpo un “vecchio direttore”. Io ne ho 51 e hanno smesso di definirmi un “giovane” soltanto un paio di anni fa». Chi è il suo predecessore alla Nso? «Christoph Eschenbach». Beh, allora lei andrà bene per forza. «Questo l’ha detto lei. Io trovo che la Nso abbia un potenziale altissimo e molta voglia di crescere, il che mi piace molto: ho sempre scelto dei complessi che abbiano voglia di migliorarsi, di crescere, non che si accontentino di stare seduti sugli allori». Ma al Regio quando tornerà? «Intanto andremo insieme a Hong Kong, dove a fine febbraio dirigerò orchestra e coro del teatro nella Messa da Requiem di Verdi e in un programma sinfonico. Poi dal primo di aprile fino a tutto maggio sarò a Torino per la produzione della Donna serpente di Casella, cui tengo moltissimo». In piazza Castello come l’hanno presa, la nomina a Washington? «Ovviamente li ho informati e penso che a tutti abbia fatto piacere. Quando uno della famiglia, come dire?, amplia il suo raggio d’azione, gli altri sono contenti». Proprio tutti? «Sì, tutti». © La Stampa/A.Mattioli James Conlon James Conlon diverrà direttore principale della OSN Rai, che ha sede a Torino e proprio oggi dirigerà un concerto che prelude al suo futuro incarico. Un’altra intervista a Conlon: Molti, magari, l’hanno scoperto all’ultimo concerto di Capodanno della Fenice. Di certo, è il direttore che i torinesi ascolteranno di più negli anni a venire. James Conlon, 65 anni, newyorchese con il solito cocktail di ascendenti europei comprensivo degli immancabili bisnonni italiani, sarà dalla prossima stagione il direttore principale dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai. In questa, si porta avanti con tre programmi, il primo domani e dopo: Varèse, Schreker e laQuinta di Beethoven. Musicista di lunghissimo corso (per dire: il suo debutto all’opera fu propiziato da una segnalazione della Callas), Conlon parla un italiano quasi perfetto ed è uno di quegli stranieri che amano l’Italia più di noi. «Ricordo la prima volta che venni qui, negli Anni Settanta. Fu uno choc, di bellezza e di cultura. Ho amato subito l’Italia e da allora non ho più smesso». Però in Italia si viene a dirigere l’opera, non la sinfonica. E le orchestre italiane all’estero non hanno esattamente una buona fama. «Forse, ma non vuol dire che sia meritata. Però se la regola è questa, l’Osn Rai è l’eccezione. Si tratta di un’orchestra sinfonica di prim’ordine e riconosciuta come tale da tutti». Cosa le piace dell’orchestra? «Il senso innato del canto che hanno i musicisti italiani. È una cosa che non si impara». Ma in un’epoca di globalizzazione anche musicale esistono ancora delle caratteristiche nazionali? «Sì e no. Sì, perché comunque un’identità nazionale continua a esistere ed è qualcosa che va oltre la musica, è un dato culturale e sociale. No, perché ormai tutti ascoltano tutti e le orchestre non stanno più chiuse nelle loro città, senza confronti, come un secolo fa». Gli Usa sono pieni di direttori italiani, Luisi al Met, Muti a Chicago, adesso Noseda a Washington. Lei invece è l’unico americano in Italia. Perché? «Posso rispondere per me. La mia esperienza europea è cominciata come un piacere ed è diventata un’esigenza. Del resto, sono stato stabile a Colonia per tredici anni e all’Opéra di Parigi per nove. Per gli artisti americani ignorare l’Europa è un grave errore da tutti i punti di vista: musicale, culturale e anche personale». Che progetti ha per l’Osn Rai? «Credo che il compito di un direttore principale sia quello di mettere l’orchestra in condizioni di suonare bene tutto il repertorio, dal barocco alla contemporanea. Con il giusto equilibrio fra pagine e autori celebri e altri meno noti». Ma i suoi gusti personali li avrà. «In ogni orchestra dove ho lavorato stabilmente ho sempre diretto un’integrale di Mahler. E non potrei vivere senza Mozart». Però è un esperto dell’«Entartete Musik», la musica degenerata messa al bando dai nazisti. «Non mi considero uno specialista. La dirigo, come dirigo tutta la grande musica. Non credo che vada rinchiusa nel ghetto dei festival dedicati o delle rassegne a tema. La si deve eseguire nelle stagioni normali, perché è bella. E perché se non lo facessimo daremmo ragione postuma ai nazisti che la volevano cancellare». Veniamo a Torino. Tre cose che le piacciono della città. «Primo: la sua orchestra. Secondo: Torino è di una bellezza elegantissima e sorprendente. Terzo: cibo e vini sono favolosi». Un politico italiano di cui conosce il nome? «Ehm… Non seguo la politica. L’unico che mi viene in mente è Berlusconi». © La Stampa/A.Mattioli Da parte mia auguri di buon lavoro a entrambi.



Maria Callas
(1923 – 1977)

Maria Callas (2 dicembre 1923 - 16 settembre 1977), è stata un soprano statunitense di origini greche. Nata a New York da genitori greci, la Callas studiò ad Atene, dove cantò dal 1939 al 1945, intraprendendo la carriera internazionale dai tardi anni quaranta agli anni sessanta. Dotata di una voce particolare, che coniugava un timbro unico a volume, estensione e agilità notevoli, la Callas contribuì alla riscoperta del repertorio italiano della prima metà dell'Ottocento (la cosiddetta «belcanto renaissance»), in particolare Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, di cui seppe dare una lettura personale, in chiave tragica e drammatica, oltre che puramente lirico-elegiaca. Sempre a lei si deve la riscoperta del termine di soprano drammatico d'agilità per la restaurazione della tecnica di canto di origine primo-ottocentesca applicata a tutti i repertori. Tra i suoi cavalli di battaglia vi furono Bellini, Donizetti, Verdi, Ponchielli e Puccini. Si dedicò inoltre con successo alla riscoperta di titoli usciti di repertorio a causa della mancanza di interpreti sopranili adeguate, quali Armida e Il Turco in Italia (Rossini), Il pirata(Bellini), Anna Bolena (Donizetti), Alceste e Ifigenia in Tauride (Gluck) e La Vestale (Spontini), sia pure senza quel rigore filologico per le partiture integrali o originali, ossia accettando i tagli e i molti adattamenti di tradizione imposti dai direttori dell'epoca. I ruoli indissolubilmente legati al suo nome sono Norma di Vincenzo Bellini e Medea di Luigi Cherubini.



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